Cambiare, tutta questione di testa

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Quello delle competenze e dell’attitudine è un dibattito eterno nelle risorse umane. La frase forse più citata al riguardo è quella del saggista Simon Sinek: “You don’t hire for skills, you hire for attitude”. Come a dire: le competenze puoi sempre insegnarle, l’attitudine meno.

Le cose ovviamente si complicano con le soft skills, ritenute il vero antidoto alla disoccupazione nel mercato del lavoro di domani. Come si fa ad allenare alla creatività, alla curiosità, alla condivisione?  Al riguardo è stata illuminante la lettura di «Mindset, changing the way you fulfil your potential» di Carol Dweck, da poco pubblicato in Italia da Franco Angeli nella sua nuova edizione.

[La versione completa dell’articolo è disponibile su Corriere.it]

 

 

Video podcast: prepararsi all’azienda del futuro

 

Cecilia Sardeo ha avuto un’idea semplice ma che mi ha conquistata. Realizzare una serie di video podcast solo con donne, professioniste e manager, e farsi raccontare la loro visione sul lavoro. Per ispirare e incoraggiare chi sta affrontando sfide professionali inedite e vuole sperimentare nuovi modi di lavorare.

 

Nell’intervista – tutt’altro che improvvisata – che mi ha fatto mi ha dato la possibilità di condividere il mio punto di vista su smartworking remote leadership e (ovviamente) futuro del lavoro.

 

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Ecco a voi “Personal Branding per l’Azienda” (Hoepli)

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Non c’è niente da fare, l’emozione che mi dà la pubblicazione di un libro non ha paragoni con nessun altro traguardo professionale. Forse perché come un viaggio, è frutto di una grande fase di preparazione ma è anche pieno di incognite, è fatto di momenti felici e ispirati e di momenti di down, di alcune lampadine che si accendono e altre che si fulminano per strada. 

Tanto più se a quattro mani, scrivere un libro per me è davvero un’avventura. Luigi Centenaro è stato il mio compagno di viaggio per “Personal Branding per l’azienda. Valorizzare l’azienda posizionando le sue persone chiave” che esce il 28 giugno con Hoepli.

Un percorso cominciato nella primavera del 2018, quando abbiamo deciso di mettere a sistema le nostre competenze specifiche sul marketing applicato alle risorse umane, pur con esperienza e inclinazioni differenti.

A chi è destinata questa opera? A chi, a capo di un’azienda o di un dipartimento, è interessato a posizionare meglio i propri collaboratori, migliorare la loro immagine professionale, aumentare la loro employability e al tempo stesso raggiungere più efficacemente gli obiettivi di business.

Non è quindi un testo rivolto tanto al singolo professionista, al freelance, al manager, come un classico libro sul personal branding. Viceversa, per la prima volta al mondo, abbiamo cercato di descrivere, partendo dalla nostra esperienza lavorativa, come il paradigma del marketing e dell’innovazione professionale potessero rivelarsi utili sul piano delle organizzazioni e sui KPI delle singole funzioni aziendali.

Ho imparato tanto scrivendo questo testo. Non soltanto perché mi sono letta tutto il leggibile sull’argomento, ma anche perché il processo stesso di stesura era per me del tutto nuovo. Abbiamo deciso di co-creare quelle pagine, di farle seguire a un’intensa preparazione in termini di design thinking, di rimetterle continuamente in discussione finché il risultato non ci avesse soddisfatto.

Al lavoro di ricerca, per il quale non smetteremo di ringraziare Kamila Godosz, Ivana Pais, Giacomo Grassi, Monia Lubrano, abbiamo affiancato tanti casi pratici, e qui l’elenco delle persone da ringraziare si fa ancora più lungo.

Sabato presenteremo in anteprima “Personal Branding per l’azienda” al Web Marketing Festival di Rimini, l’appuntamento è per le 14.30. Altri eventi seguiranno, li comunicheremo man mano. Intanto, ci godiamo un file di bozze che finalmente si chiude, e tante pagine finalmente da sfogliare.

 

 

 

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Social Recruiting Masterclass, si parte

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In tanti anni che mi occupo di tendenze digitali nell’HR mi sono più volte confrontata con moltissimi professionisti del recruiting, curiosi di come poter utilizzare la tecnologia per svolgere al meglio il proprio lavoro. Due anni fa sul tema ho anche scritto un libro assieme ad Anna Martini, #SocialRecruiter, pubblicato da Franco Angeli.

Adesso mi metto alla prova con un altro format, la Masterclass, realizzata in collaborazione con Lacerba. Insieme a MicheleDi Blasio, Luca Tamburrino e Matteo Cocciardo abbiamo pensato a un corso che desse tutti gli strumenti a chi intende lavorare in questo ambito o aggiornare le proprie competenze.

Ne trovate un assaggio qui.

Il corso online è completamente flessibile per adattarsi alle esigenze personali. Si può decidere dove e quando seguire le lezioni grazie a video presentazioni, registrazioni di lezioni virtuali, webinar e questionari interattivi.

E – momento Wanna Marchi 1- Le lezioni saranno disponibili online a partire dal 14 Giugno, ma per per i primi 10 che si iscriveranno attraverso questo link è già attivo uno sconto del 20% sulla quota. Non vi ho ancora convinti?

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Momento Wanna Marchi 2 – Il 12  giugno alle 14.30 lanceremo la Masterclass attraverso un webinar in cui illustreremo i contenuti del progetto: potete iscrivervi gratuitamente qui.

Momento Wanna Marchi 3 – Per tutti coloro che frequenteranno il corso, Franco Angeli ha gentilmente messo a disposizione un codice per l’acquisto di #SocialRecruiter a un prezzo agevolato. Lo troverete nell’area privata del corso.

Mi tolgo i panni di Wanna Marchi, che non sono propriamente i miei, ma vi invito a dare un’occhiata a una delle pillole, così da capire meglio di cosa si tratta. Buona visione!

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne e lavoro: tubi che perdono, soffitti e labirinti

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Nei giorni scorsi ho partecipato a un seminario internazionale a Parigi promosso dalle Acli. Nel mio panel, in particolare, si parlava di “Donne e lavoro in un mondo che cambia”. Con me la sociologa Mirella Giannini e la coordinatrice delle donne dell’Acli, Agnese Ranghelli, oltre a Maria Chiara Prodi, presidente delle Acli francesi.

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Invece di raccontarvi quello di cui ho parlato io, vorrei condividere le 3 cose che mi porto a casa dal (lungo) dibattito che ne è seguito:

  • storicamente, quello che ha permesso alle donne di inserirsi nel mercato del lavoro è stato il loro pragmatismo, la capacità di infilarsi negli interstizi lasciati liberi – e questa abilità potrebbe rivelarsi una competenza chiave anche nel futuro del lavoro
  • a bloccare le carriere femminili sono tre fattori, riassumibili in tre metafore:
    1. il soffitto di cristallo: secondo Wikipedia, una situazione in cui l’avanzamento di carriera di una persona in una qualsiasi organizzazione lavorativa o sociale, o il raggiungimento della parità di diritti, viene impedito per discriminazioni, prevalentemente di carattere razziale o sessuale che si frappongono come barriere insormontabili anche se apparentemente invisibili.
    2. il tubo dell’acqua che perde:  molto spesso sono le donne stesse ad auto-limitarsi, non accedendo deliberatamente al mercato del lavoro, scegliendo di uscirne prima del previsto o non proponendosi per promozioni o avanzamenti di status.
    3. il labirinto della leadership, che fa sì che i percorsi femminili verso le posizioni di comando siano decisamente più tortuosi di quelli maschili.
  • è tempo di smetterla di parlare dei lavori delle donne. Occorre iniziare a parlare di lavoro tout court, magari adottando una prospettiva femminile, più adatta a cogliere la profonda trasformazione in atto

Ma di quest’ultimo punto parleremo presto.

Immagine tratta da https://www.pinterest.it/pin/269512358921592478/ 

 

 

Faccio cose, vedo gente, parlo agli eventi. Personal Branding, lo stiamo facendo male?

Sui social media, professionali e non solo, capita spesso di leggere post tipo “Domani parteciperò a questo panel”, “Sono all’evento XYZ per parlare di ABC”, “Felice dell’invito a discutere di”, “Ecco la mia intervista…”. Lo fanno tutti, lo faccio anche io. Spesso senza pensarci troppo, spesso perché autenticamente contenta di avere spazio per esprimere il mio pensiero (o ascoltare quello altrui). Niente di male, blanda autoreferenzialità, anche l’ego vuole la sua parte.

Ieri sera però, guardando la mia agenda dei prossimi due mesi, mi sono chiesta che senso avesse fare un elenco delle iniziative a cui sarò chiamata a dire la mia. Tanto più che molti di quegli appuntamenti sono a porte chiuse, magari perché destinati agli studenti dell’Università.

Ecco, qui vorrei provare a non scriverne per farmi dire: “Brava, ma quante ne sai?”, quanto piuttosto per provare a generare (almeno un minimo di) valore per chi mi legge. Per ogni evento tenterò di condensare in una frase quello che spero il pubblico si porterà a casa dal mio contributo.

Penso infatti che raccontare quello che si fa sia un elemento chiave del proprio Personal Branding, ma che se ci si limita a mettere su Instagram il badge che riporta il proprio nome non si rende un buon servizio a nessuno. E che parlarsi addosso non crea valore, al limite lo distrugge. Voi cosa ne pensate?

PS: Poi magari per ciascuno degli eventi mi scapperà un vanity post, non me ne vogliate. Sto cercando di smettere.

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Partiamo con “Meet the future”, un ciclo di incontri organizzati da The Adecco Group Italia , il cui focus è individuare quali sono le competenze in grado di rendere i candidati maggiormente impiegabili sul mercato del lavoro. Per me le skill principali sono consapevolezza, curiosità, voglia di imparare e di studiare di continuo. Le mie parole chiave per parlarne agli studenti saranno: social recruiting, digital reputation, personal branding.  Dopo la data del  6 maggio in Cattolica, parteciperò a “Meet the future” il 23 allo IAAD a Bologna, il 27 allo IAAD a Torino, il 12 giugno al Locale fuori Milano a Milano.

Il 15 è la volta di un convegno a Parigi, l’International Seminar of Study “A social and labour Europe, the contribution of workers’ organizations”, dove sarò chiamata a confrontarmi sul tema “Women and work in a changing world”. Tema che mi sta a cuorissimo, non tanto perché voglio enfatizzare il ruolo che le donne possono avere nel lavoro che verrà, quanto perché penso che sia per me l’occasione di cominciare a esplorare la questione “futuro del lavoro” da una prospettiva “al femminile” (e non femminile tout court).

Esploderò quest’ultimo tema nel mio primo Tedx, che si terrà a Milano alla Santeria sabato 25 maggio. Il tema è l’etica di domani, e approfitterò dei miei 18 minuti per raccontare quanto sia necessario iniziare a pensare al futuro del lavoro nei suoi aspetti più soft, perché saranno quelli che determineranno il nostro modo di lavorare e, in ultima istanza, le nostre vite. L’inizio delle registrazioni per l’evento sarà alle 11 e la chiusura alle 16.00. I biglietti sono in vendita qui: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-tedxdarsena-2019-61262268093, link raggiungibile anche dal sito ufficiale http://www.tedxdarsena.it/ .

“Il futuro del lavoro, spiegato” è il nome degli “Innovation Talks” che si terranno sotto il cappello del Tedx Varese il 7 giugno. Con me Pino Mercuri, HR Director di Microsoft Italia e Federico Visconti, Rettore dell’Università LIUC – Carlo Cattaneo. Nello specifico, io parlerò di come cambia il modo di cercare lavoro con l’avvento delle tecnologie esponenziali e dell’irrunciabilità della consapevolezza digitale. 

L’11 giugno si torna a Milano per moderare il panel su “Social Recruiting & Talent Acquisition” di In Recruiting, cercheremo di indagare temi come l’employee advocacy e il personal branding in azienda.

Il weekend del 22 giugno è il turno del Web Marketing Festival a Rimini. Faremo un workshop sul fact checking del CV, rispondendo alla domanda: cosa guarda un selezionatore quando consulta i profili online di un candidato?

Chiudiamo giugno a Modena, il 26 incontrerò le PMI per discutere con loro di come possono attrarre e conquistare i millennial. Parola d’ordine: ripensare le politiche HR dell’azienda.

Ma queste saranno settimane in cui accadrà anche molto molto altro, lo racconterò in uno dei miei prossimi post.

Il lavoro alla spina cambia il welfare

Il lavoro alla spina cambia il welfare - immagine

Sono molte le incognite legate al futuro del lavoro.

Con l’emergere di forme di impiego sempre più individualizzate e indipendenti, fortemente frammentate e destrutturate, si rende urgente una riflessione su come debbano evolvere le garanzie della protezione sociale dei lavoratori.

Il mio ultimo contributo per il blog “La Nuvola del Lavoro” del Corriere della Sera:
Il lavoro alla spina cambia il welfare

#FutureOfWorkIsNow

Il mondo raddrizzato dei padri in congedo svedesi

padri svedesi

“Un mondo capovolto, cioè raddrizzato.” E’ quello che racconta Simone Sabattini in questo reportage dalla Svezia.

Al di là del messaggio generale e sorprendente su come si possa vivere il congedo di paternità, sono due a mio avviso i passaggi fondamentali, esemplificati da questi due virgolettati, raccontati da due padri al momento a tempo pieno.

«Nessuno mi ha dato problemi per il congedo, ci mancherebbe: in caso contrario avrei cambiato società, conosco il mio valore di mercato e sui figli non posso certo accettare condizioni»

Per dire che esistono mercati del lavoro (e professioni) in cui il potere negoziale è sbilanciato positivamente dal lato del lavoratore, specie in una fase particolare come quello della genitorialità. A chi va in congedo parentale nel Paese nordico lo Stato assicura l’80% dello stipendio, e molte aziende integrano la cifra.

Non fila sempre ovviamente tutto liscio nemmeno in Svezia. Sembra però esserci la consapevolezza che la carriera è un percorso almeno quarantennale, dove c’è spazio per alti e bassi. E soprattutto dove i progressi professionali possono arrivare anche in età avanzata.

«Se ho perso qualche chance al lavoro? Forse, ma ho ancora 30 anni davanti prima della pensione: il tempo che ho passato con i miei figli non me lo toglierà mai nessuno».

Leggetelo tutto, il reportage. Ne vale la pena: https://www.corriere.it/elezioni-europee/100giorni/svezia/.

PS: Le foto (tra cui quella che ho inserito qui) sono bellissime e il formato finalmente innovativo.

#FutureOfWorkIsNow

“Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia”

Lo confesso. “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” di Pino Mercuri è il libro che avrei voluto scrivere io (anche se ho un maschio).

L’avrei voluto scrivere io per raccontare con un linguaggio semplice le profonde trasformazioni del mercato e delle professioni, senza dire banalità, senza tralasciare niente. E per farlo avrei chiesto un contributo ai maggiori esperti sul tema. Esattamente come ha fatto lui.

L’avrei voluto scrivere io per ospitare la luminosa introduzione di Marco Bentivogli, della quale basterebbe una frase soltanto: “il futuro del lavoro è un libro bianco ancora tutto da scrivere”.

L’avrei voluto scrivere io per potere inserire citazioni come quella di Luca Solari: “scegliere un lavoro sarà un po’ come decidere chi si vuole essere”. O come quella di Manlio Ciralli “perché il cambiamento sarà il tempo in cui vivremo ogni giorno”. Oppure ancora, come quella di Francesca Parviero: “l’asticella si sta spostando verso un’educazione alla propria progettazione di futuro, in costante cambiamento”.

L’avrei voluto scrivere io per ritrovarmi nelle parole di Paola Boromei: “osserva sempre ciò che ti circonda, senza giudicare, e facendo un esercizio di fantasia, ad andare oltre ciò che vedi, pensando a ciò che osservi e chiedendoti: ‘Cosa sarebbe, se…”. O quelle di Roberta Cocco, “mi piace pensare a un 2030 in cui la tecnologia ci consente di utilizzare al meglio le nostre doti umane e in cui abbiamo superato finalmente alcune barriere che ci impediscono di essere lavoratori più felici”.

L’avrei voluto scrivere io perché trovo bellissimo il concetto espresso da Valentina Marini, di “costruire la porta a cui farsi bussare dalle opportunità”. O come Silvia Candiani, “mi piace immaginare che nel 2030 l’innovazione aiuterà le persone a vivere e lavorare meglio”.

L’avrei voluto scrivere io, insomma. Invece l’ha scritto Pino Mercuri, a cui sono grata sia per aver chiesto un contributo anche a me, ma soprattutto per aver messo assieme tanti punti di vista interessanti, a completamento di come vede lui stesso il futuro del lavoro, spiegandolo a sua figlia.

PS: Sto pensando prima o poi di scriverlo anch’io un libro così, per mio figlio. Si sa che ai maschi le cose vanno sempre spiegate due volte…


#FutureOfWorkIsNow

Chi non studia non lavora

Nei precedenti post abbiamo parlato di come l’espressione “futuro del lavoro” non abbia tanto ragione di esistere, in quanto la maggior parte dei fenomeni che comprende è già in realtà qui. Scenari tratteggiati dalle tecnologie esponenziali, dai big data, da nuovi lavori, nuovi modi di lavorare, nuovi lavoratori che possono apparire controversi, e per certi versi spaventosi. Chiudiamo (per ora!) la serie facendoci altre domande, stavolta su quello che potrebbe sembrare l’unica soluzione a una situazione tanto cangiante.

L’unico antidoto alla disoccupazione, dicono le ricerche, è il titolo di studio. Penso sia una considerazione corretta. Ma credo anche che sia giunto il momento di riformularla. L’unico modo per garantire la propria occupabilità (la famosa employability) è continuare a studiare.

  • Come si può pensare che è quanto è stato acquisito nei primi 20 anni di scolarità possa bastare per i 50 successivi di vita lavorativa?
  • Come cambia la formazione, iniziando a pensarla espressamente per chi è nativodigitale?
  • Quali competenze andranno valorizzate maggiormente?
  • Premesso che padroneggiare (e imparare di volta in volta) le competenze hard è dato perscontato, senza soft skills quali flessibilità, curiosità, adattabilità non c’è speranza alcuna di mantenersi occupabili nel tempo. Ma come fare a svilupparle?

Ancora, tanti interrogativi e poche certezze, se non che occorre concentrarsi sul presente del lavoro, continuare a informarsi, a confrontarsi, a condividere e a farsi domande. L’obiettivo: costruire un futuro del lavoro migliore per tutti.

#FutureOfWorkIsNow

L’immagine di questo post è tratta dalla copertina di Economist, gennaio 2017.