Sottolineature – Il lavoro non ti ama

#Ilovemyjob
#lovewhatyoudo
#èperlavoro (riferito a privilegi vari legati alla propria sfera professionale)
#(nomeazienda)proud

Mi sono sempre posta il tema della connessione tra lavoro e passione/amore/talento. Per il mio mestiere mi sono trovata a inventare o riadattare claim tipo “Better work better life”, “Segui la tua passione”, “Se sorridi li tuo lavoro ti sorride”, “Your calling is calling” (“La tua vocazione ti sta chiamando”) e simili, sempre chiedendomi quale fosse la relazione sana ed etica fra queste due dimensioni. Quella strettamente lavorativa, appunto, e quella emozionale/affettiva/identitaria che la può avvolgere – oppure no.

Tutt’ora, pur interrogandomi praticamente quotidianamente, posso dire di averci capito proprio poco.

Non è un caso quindi che il libro di Sarah Jaffe, Il lavoro non ti ama (Minimum Fax), mi abbia colpito. La sua tesi, in sintesi, è: “La storia del lavoro fatto per amore è, in parole povere, una truffa”.

La sua chiave di lettura risiede in una forte critica al modello capitalistico “In un rapporto d’amore uno-a-uno con il lavoro, se il lavoro non ricambia il tuo amore la soluzione è passare oltre o impegnarsi di più, non certo coalizzarsi con altri lavoratori per chiedere un miglioramento delle proprie condizioni. L’azione collettiva è diventata inconcepibile: l’unica risposta possibile è lavorare di più su se stessi o mollare”.

“La pura e semplice verità è che nel capitalismo il lavoratore non controlla più nulla del suo lavoro, e questo al di là dell’eventuale piacevolezza della mansione che svolge o di quanto venga pagato all’ora. Il concetto di alienazione non riguarda i sentimenti, ma il potere di decidere dove e quanto lavorare e di esercitare un controllo su ciò che si produce o sul servizio che si fornisce.”

E la sfera personale – proprio quella che il capitalismo di una volta tentava di minimizzare – all’improvviso è diventata un requisito del nuovo lavoro: ciò che oggi ci viene richiesto sono i nostri sentimenti, le nostre amicizie, il nostro amore.”

Per quanto non mi ritrovi con la tesi di fondo e con la gran parte delle conclusioni a cui giunge, l’autrice, nelle oltre 500 pagine del testo, riporta comunque riflessioni interessanti e condivisibili, specie quelle

  • sul lavoro di cura e domestico non retribuito (e spesso travestito da amore, senza riferimento alcuno alle competenze): “Ma quello che tutti i lavori intimi hanno in comune è il muoversi sul crinale che divide ciò che pensiamo andrebbe fatto per amore e ciò che facciamo per soldi”
  • sulle contraddizioni del playbor, dimensione che mescola gioco e lavoro, volontaria e allo stesso tempo produttiva tipica degli ambienti tech / Silicon Valley: “Le notti passate in ufficio sfocavano quella tra casa e lavoro, e il fatto che la rete potesse essere usata per divertirsi rendeva ancora più attraente la professione agli occhi dei programmatori. Le prime società di videogiochi capitalizzarono questa idea, come scrive Jamie Woodcock in Marx at the Arcade: «Aziende come l’Atari ventilavano il “lavoro-come-gioco” in alternativa alle condizioni punitive del fordismo delle fabbriche e degli uffici”.
  • sulla mancanza di punti di riferimenti e confini privato/professionale: “Senza una società, con il confine tra lavoro e famiglia che si fa sempre più sfocato e sempre meno tempo per la nostra vita personale, siamo ancora più incentivati a fare del nostro lavoro qualcosa da amare, magari cercando nel lavoro l’amore che ci manca altrove”.
  • sulla necessità di ripensare i nostri tempi e le nostre relazioni “Ciò di cui abbiamo bisogno (… ) è uno stile di vita che ci metta a disposizione lo spazio e il tempo necessari ‹per relazionarci agli altri esseri umani: una prospettiva potenzialmente rivoluzionaria, e quindi pericolosa». Rallentare il ritmo delle connessioni umane – piuttosto che collezionare persone come fossero biglietti da visita o francobolli – e fare in modo che le interazioni con i nostri simili siano più profonde e significative per goderne veramente, è il primo passo verso la liberazione”

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