Sottolineature – Ho scritto questo libro invece di divorziare

Premessa. Ho letto l’ultimo libro di Annalisa Monfreda in questo weekend, e ho fatto tre tipi di sottolineature. Una, classica, con le cose che mi avevano più colpito a livello personale. Una, professionale, con le riflessioni che più mi hanno colpito rispetto al mondo del lavoro, che troverete riportate qui sotto. Una, con punti esclamativi e asterischi, per gli aspetti che mi sono ripromessa di discutere a livello familiare.

Perché quello pubblicato da Feltrinelli è un libro che parla alle donne, ma affinché anche le suocere intendano. E le suocere sono le aziende, i mariti, i compagni. Ma anche le donne stesse, che nella maggior parte dei casi sono le prime vittime inconsapevoli del carico mentale.

Secondo il dizionario Le petit Larousse illustré si tratta di un
“Fardello psicologico che fa pesare (soprattutto sulle donne) la gestione
di compiti domestici e educativi, causando affaticamento fisico e soprattutto psicologico“.

Secondo l’autrice, il problema è in primis di sovraccarico cognitivo:
“Non è tanto il fare, dunque, quanto il pensare”. “Il mio cervello ha un file sempre aperto e non perché io mi sia dimenticata di chiuderlo, ma perché lo consulto di continuo, infinite volte al giorno.”

Interessante la prospettiva storica in cui per la prima volta, negli Anni
Settanta, si è cominciato a riflettere su questo overload. “”Non era
al cervello delle donne che si pensava, bensì a quello ingolfato di alcuni
manager e dirigenti, che iniziavano a portarsi a casa i problemi e gli affanni dell’ufficio. Non staccavano mai. Quando negli anni Ottanta il fenomeno fu osservato sulle donne, risultò identico ma in direzione opposta: era la casa che non le abbandonava mai, neppure quando andavano al lavoro“.

Provocando crisi identitarie: “Quando sono all’ufficio il pensiero della
casa non mi abbandona, e appena sono in casa dimentico perfino che esista l’ufficio. Dunque, la mia natura, la mia funzione, la mia verità è quella casalinga?”, si interrogavano le lavoratrici.

” Il carico mentale è una sorta di ubiquità della donna, che riesce a stare
contemporaneamente in più luoghi.” Nel mio pensiero sul futuro del lavoro postpandemico, dove risultano abbattuti per tutti i confini classici di spazio e tempo dell’azione professionale, è paradigmatico il destreggiarsi tra luogo di lavoro ufficiale e luogo di lavoro domestico, senza mai staccarsi completamente l’un l’altro.

Non si tratta di essere multitasking, altro complimento-gratificazione-trappola di cui dovremmo sbarazzarci al più presto. “La coach Marie-Laure Monneret scrive che ‘nessun cervello riesce a prestare atten- zione a due cose insieme. Quando si ha questa impressione, sta solo facendo avanti e indietro velocissimamente da un soggetto all’altro. Oltre a essere logorante, tutto questo è assolutamente inutile: a ogni cambio di focalizzazione, infatti, il nostro cervello ha bisogno di un momento per ritrovare la concentrazione ottimale, e questo intervallo è stimato di circa un minuto! Ogni interruzione fa quindi perdere efficacia e tempo‘”.

“Il lavoro salariato, in questo pezzo di mondo, è ancora quello che premia la reperibilità e la disponibilità incondizionata di tempo. E che sponsorizza
silenziosamente uno schema familiare in cui uno dei due (il maschio) è sempre reperibile per il lavoro e l’altro (la femmina) per i figli e le faccende domestiche.

“A essere socialmente premiati sono coloro che hanno un lavoro molto
impegnativo, senza limiti orari, reperibilità h24 anche nel weekend, mentre coloro ai quali “cade la penna alle 5 del pomeriggio” sono i
lavativi, i furbetti, i poveracci. Chi ha tempo a disposizione è un fallito. Per fare carriera occorre dimostrare di non avere problemi di alcun tipo col tempo, di essere disponibile sempre”.

“Siamo immersi in una cultura del lavoro che premia chi garantisce una
disponibilità incondizionata di tempo ed energie. E oggi abbiamo a disposizione tecnologie che hanno reso possibile l’impensabile: il dipendente che non stacca mai. Riuscite a immaginare una trappola peggiore?

Ma l’evoluzione del lavoro ci offre anche un’opportunità fenomenale, che non possiamo perdere. Quella di “passare a un nuovo modello, per cui vita e lavoro si integrano, e anche gli uomini possano condividere finalmente i compiti di cura”.

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