In un post di qualche giorno fa avevo espresso più di qualche perplessità rispetto a copertina ed editoriale dell’Economist, che si dimostrava a mio avviso parecchio ottimista rispetto al tema del futuro del lavoro. Ho perseverato nella lettura ed in effetti i contenuti erano davvero interessanti e, soprattutto, inediti. Segnalerò qui le parti che più mi hanno fatto riflettere di questo report, che si chiama “Labour gains”, che ho voluto tradurre con “il lavoro ci guadagna”.

Quello che si sostiene in questo approfondimento, in estrema sintesi, è che le percezioni sul mondo del lavoro sono spesso fuorvianti, e se è vero che la pandemia è stata una catastrofe, la sua eredità migliore potrebbe essere un mondo del lavoro migliore, dato il suo accelerare processi già in progress e nel suo mettere in evidenza le problematiche che richiedono soluzioni urgenti e non più posticipabili.

La prima grande trasformazione riguarda lo shift verso il lavoro ibrido, tra presenza e remoto, che ha portato una valorizzazione della comunicazione interna e fra manager e team, con un aumento della soddisfazione generale. Il passaggio verso il lavoro ibrido non coinciderà con il full remote, né con città svuotate. Ci sarà più attenzione verso il dipendente e la sua sicurezza, ma aumenterà anche la diseguaglianza tra chi è considerato alto potenziale (che verrà sempre più coccolato) e tutti gli altri. In generale, negli ultimi mesi si è registrato un aumento di trasparenza e relazioni, proprio per la mancanza della dimensione face to face. Secondo Josh Bersin, esperto HR, “Il Covid-19 potrebbe essere la cosa migliore capitata all’employee engagement“, per via del fatto che 1) con lo sfumarsi della distinzione vita/lavoro è diventato più difficile trattare i collaboratori come numeri; 2) c’è stata una forzatura nella direzione di una migliore comunicazione. Non potendo più ricavare le informazioni per osmosi, ci si è dovuti impegnare affinché tutti i messaggi circolassero nella maniera più efficace, anche grazie alla tecnologia; 3) i knowledge workers si sono sentiti più realizzati, e hanno anche lavorato di più

Il secondo tema che affronta il report “The future of work” riguarda la tecnologia. La quale da un lato ha reso più semplice la ricollocazione (con tassi di utilizzo di piattaforme di recruiting online mai visti prima) e ha fatto vedere di quanto possa aumentare la produttività, con i dovuti investimenti (non solo in hardware, aggiungo io). Dall’altro, sostiene l’Economist, la minaccia di una imperante automazione e di una conseguente apocalisse occupazionale potrebbe essere più traballante di quanto già non fosse pre-Covid. La domanda è diminuita, così come l’interesse, e la quota di task routinari è stata più levata del solito. Le limitazioni ai viaggi hanno reso più difficile lo studio in presa diretta di ciò che andrebbe automatizzato (processi e macchine), sono calati gli investimenti, è aumentato l’interesse verso i pink jobs ad alto contatto umano Un dato che invece è andato confermandosi è che i Paesi maggiormente robotizzati sono anche quelli che registrano meno occupazione.

Un terzo elemento è che i governi avranno un ruolo più ampio nel sostegno all’occupazione, con lo scopo di ridurre le diseguaglianze e di realizzare sistemi e strumenti di tutela dei lavoratori e di welfare migliori. Nel 2019 il tasso di disoccupazione della parte ricca del mondo è stato il più basso a partire dagli anni 60 e ci sono mestieri a disposizione anche di persone con livelli educativi molto bassi. Il rinculo occupazionale sembra essere una fonte di preoccupazione minore, nel mondo post Covid, a giudicare dai Paesi meno impattati e più vaccinati. Anche in Europa, pur più lentamente, si prevede una ripresa dei posti di lavoro perduti.
Nel corso di quest’ultimo anno sono però emerse con forza situazioni impari. Ad esempio, molti dei cosiddetti “lavoratori essenziali”, oltre al concreto pericolo di infezione corso in pandemia e alla limitata capacità negoziale, avevano anche molti meno strumenti per far arrivare al management le proprie preoccupazioni o problematiche. La glaciale conclusione del settimanale è che una classe di lavoratori è potuta stare in pigiama, mentre molti si sono recati in posti di lavoro che probabilmente li hanno uccisi.

La narrazione del lavoro deve cambiare e aggiornarsi, dice l’Economist. Le riforme che sono oggi necessarie condurranno a nuovi trade off e nuovi scontenti. Ma l’outcome finale dovrebbe muoversi in direzione di un mondo del lavoro più efficiente e più giusto dove emerge una migliore employee experience, un ruolo della tecnologia meno spaventoso e un’attenzione della politica alla sostenibilità delle scelte economiche che impattano sulla vita delle persone.

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