Un lavoro rimasto senza parole

Smart Working. Quiet quitting. Great Resignation. Big Quit. New ways of working. Start up. Coworking. Job title. Job description. Welfare. Wellbeing. Employee experience. Employer branding. Networking. Personal Branding.

Ma anche. Ibrido. Virtuale. Da remoto. Agile.

E ancora. Lavoratori. Impiegati. Impiego. Professionisti. Professione. Dipendenti. Subordinati. Capo. Boss. Forza lavoro. Maestranze. Somministrazione. Interinali. Precari.

Maneggio, per lavoro, questi termini tutti i giorni, da anni. Alcuni sono sul mio stesso biglietto da visita e campeggiano sul mio profilo LinkedIn. Ogni giorno sono più frustrata rispetto allo svuotamento del loro significato, al fatto che sono diventati contenitori vuoti.

I primi, con ogni probabilità, perché derivano da un lessico prettamente aziendalese, di origine americana tendenzialmente digitale. Una neolingua che fa molto cool (sic!) utilizzare ma di cui non esistono – o non si vogliono trovare – equivalenti in italiano. E che pertanto risulta vuota, distante, vista con giusto sospetto dalle persone e dai non addetti HR (ops, I did it again).

I secondi perché nati fondamentalmente con la pandemia e – pur in italiano corrente – non restituiscono appieno la complessità della trasformazione in atto. Anche perché portatori non sani di malintesi organizzativi.

I terzi – i più storici, quasi tutto di derivazione sindacale diretta – che non “si appiccicano” più al mondo del lavoro attuale.

Il lavoro è rimasto senza parole, dice giustamente il secondo punto del Manifesto della Nuova Cultura del Lavoro promosso dalla rivista Senza Filtro di Stefania Zolotti e Osvaldo Danzi.

E io che di lavoro comunico il lavoro e i suoi cambiamenti non me ne faccio una ragione, che uno degli elementi fondativi della vita di ciascuno sia così clamorosamente escluso dal linguaggio.

O meglio, che ci sia rinnovamento e nuova linfa per tantissimi lemmi e aree semantiche, ma che nel nostro paese da un lato le definizioni professional-digitali siano diventati il nuovo linguaggio burocratico e dall’altro lato le parole più tradizionali siano de facto inapplicabili al lavoro di oggi, complice una cultura marxista che permeandole per decenni (industriali), le ha in qualche modo ingessate.

E non mi faccio una ragione che del lavoro si parli così poco, e che non sia nell’agenda quotidiana dei media. Ma non del singolo provvedimento, ma della gigantesca trasformazione culturale che sta attraversando e che muterà le nostre vite e quelle delle generazioni a venire. Se il lavoro rimane senza parole, inevitabilmente lavorare stanca, e stancherà sempre di più.

Grazie alla professoressa Bruna Zani e alla mia relatrice di tesi Pina Lalli per avermi riportato nella mia Università – la magnifica Alma Mater Studiorium di Bologna – per parlare di un tema per me così importante, all’interno del ciclo di incontri “Lavorare stanca?”. Se vi va, qui trovate il link all’evento, il mio è l’intervento in chiusura.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑