Sottolineature – Leonardo Del Vecchio e Il tuffatore

In letteratura, il genere biografico è quello che mi piace di più. Un po’ perché la fiction pura raramente mi prende, un po’ perché ci sono vite che superano i romanzi per varietà di situazioni ed eccezionalità dei personaggi.

È il caso senza dubbio sia di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica da poco scomparso, sia di Raul Gardini, manager che si tolse la vita trent’anni fa in piena Tangentopoli. Alle loro vicissitudini sono dedicate le ultime opere di Tommaso Ebhardt e di Elena Stancanelli, a cui mi sono dedicata nei primi giorni di vacanza.

Non mi addentrerò nelle storie imprenditoriali, finanziarie e politiche dei due, anche perché questi due libri mi hanno confermato quanto poco ne sappia, di queste dimensioni.

Difficile anche parlare dei rispettivi stili di leadership. Se da un lato paiono accomunati da continua fame, desiderio di innovare, spiccato decisionismo, dall’altro non potrei immaginarli più diversi per “presenza scenica”, basso profilo lombardo-veneto l’uno, splendore romagnolo l’altro.

Tre cose mi hanno colpito delle loro biografie.

La prima è che raccontano di decenni in cui per fare impresa (anche a livello internazionale) non era necessario avere un management così come lo intendiamo oggi. Entrambi – almeno per i primi anni – si sono affidati quasi esclusivamente a collaboratori senza istruzione, che non parlavano italiano ma solo dialetto, senza nessuna tecnicalità. Creavano business miliardari (allora in lire) e spostavano capitali incredibilmente ingenti, e andavano alle fiere di settore o sui mercati americani senza sapere una parola di inglese. Luxottica si convertì alla managerializzazione solo una ventina di anni fa, con la nomina a Ceo di Andrea Guerra, che garantì sviluppo internazionale, acquisizioni, nuove competenze. Di cosa sia stato dell’impero di Gardini dopo il suo suicidio l’autrice non parla, ma credo che anche qui come in altri business familiari (Benetton, Berlusconi, Barilla, Fiat) siano intervenute pesanti trasformazioni manageriali.

La seconda cosa che mi è ha colpito è realizzare quanto siano cambiati valori, ideali e status symbol rispetto a quegli anni di boom. Gli stessi oggetti hanno visto cambiare completamente la propria connotazione simbolica. La plastica e le automobili, per limitarsi agli esempi più eclatanti, sono passate dall’essere super cool a qualcosa di cui è meglio sbarazzarsi il più possibile.

La terza, più personale, riguarda il fatto che queste biografie mi hanno riportato indietro di oltre trent’anni, risvegliando un immaginario che non sapevo nemmeno di avere. Chi si ricorda l’orologio ricavato dall’amido di mais in allegato con Topolino a metà degli anni 80? Era stata un’idea di Gardini, per avvicinare i bambini ai concetti di riciclo ed ecologia, oltre che ai nuovi materiali.

Più chiari e vividi i ricordi del Nordest “locomotiva di Italia”, dei capannoni ovunque, dei conto terzisti nel cucinotto o in taverna, la smania del produrre e il concetto dell’ “avere schei” come metro di ogni cosa. Sullo sfondo, via via, Chernobyl, la caduta del muro di Berlino, Capaci, via D’Amelio, le monetine lanciate a Craxi, le arringhe di Di Pietro, la nascita della Seconda Repubblica.

È il 1992, Raul Gardini si spara alla vigilia dell’arresto, Leonardo Del Vecchio si fa beffe dei propri fornitori e competitor. Io inizio il liceo.

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