La coperta di mia nonna


Non ho mai avuto un love brand. Eppure qualche giorno fa, all’inaugurazione del nuovo negozio Lanerossi a Milano, appena ho varcato la R dello zerbino, mi sono emozionata. Mi sono emozionata a tanti livelli, e con tante contraddizioni.

Mi sono emozionata come ex cittadina, perché Lanerossi è elemento fondante della storia della mia città di origine, Schio, nel vicentino. Qui venne fondata 205 anni fa e qui sviluppò non solo l’industria laniera ma diede slancio alla seconda rivoluzione industriale italiana.

Di fatto, Alessandro Rossi – figlio del fondatore Francesco – si inventò una città a servizio della fabbrica, con un efficiente quartiere operaio (in cui ogni unità familiare aveva un piccolo orto, visto che la manovalanza veniva dalle campagne e dalle montagne circostanti) e un raffinato quartiere residenziale per quadri e dirigenti.


Soprattutto, diede vita a un asilo aziendale, a un teatro e a un giardino a disposizione dei lavoratori, avvalendosi dei migliori architetti e urbanisti dell’epoca. Stiamo parlando del 1860-1870, almeno un secolo prima che si iniziasse a parlare di welfare per i lavoratori.

Mi sono emozionata perché non sono riuscita a trattenermi dal toccare nuovamente le grandi coperte color marroncino chiaro con cui dormivo da bambina. Pesantissime e pizzicanti, di lana spessa, era impossibile muoversi una volta che mia nonna mi ci aveva messo sotto, raccomandandomi di dire “le orassion” prima di addormentarmi.

Ora quelle coperte sono molto diverse, ovviamente. Luca Vignaga, amministratore delegato di Marzotto Lab che ha ora rilanciato il brand, mi ha fatto vedere come sono stati ricreati i modelli derivanti dal catalogo esposti alla Triennale 150 anni fa e quelli orientati al futuro, in collaborazione con designer contemporanei.

Mi sono emozionata per via del recupero storico effettuato, sia nei prodotti sia nella progettazione dello store: il gomitolo, i mattoni a vista che ricordano la Fabbrica Alta (lo stabilimento più antico e simbolico, tuttora visitabile), il filo blu che si annoda per creare una R mitologica per chi è delle mie zone (e per chi tifa il Vicenza Calcio).

Mi sono emozionata perché alla Lanerossi hanno lavorato mio nonno paterno, mia nonna materna, e anche mio papà, fino alla pensione. Tutti operai non specializzati.

Lo stabilimento in questione non era più la Fabbrica Alta, ovviamente, ma un enorme conglomerato di edifici che diede inizio alla (fu) immensa zona industriale di Schio.

L’ho visitato anche io, a fine dicembre del 2000, in occasione dell’ultimo giorno di lavoro di mio padre. Portammo i pasticcini ai compagni di turno direttamente in reparto. Solo in quel frangente capii perché odiava il suo lavoro, specie gli ultimissimi tempi. Non c’erano stati più investimenti, la delocalizzazione era alle porte. La fabbrica versava in condizioni pietose, non si riusciva a respirare dalla polvere che c’era ovunque. Ci trascorsi forse una mezz’ora in tutto, e le mie vacanze di Natale le passai con la gola infiammata, e non per il freddo.


L’intera area venne dismessa definitivamente nel 2005. Centinaia di lavoratori vennero mandati a casa: quei filati sarebbero stati prodotti altrove, con salari e costi di produzionepiù bassi. L’esperienza industriale della Lanerossi con la mia città natale finiva in quel momento, non senza rimpianti e con ferite ancora aperte, anche nella mia memoria personale.

Ricordo ancora con chiarezza i titoli del giornale per cui collaboravo all’epoca: le trattative sulla flessibilità (con turnazioni che non bastavano mai), gli interventi del sindaco, ma anche del monsignore, per salvare i posti di lavoro di tanta gente che aveva fatto solo le scuole medie, nella migliore delle ipotesi. Mi ricordo anche le bestemmie e l’amarezza di mio padre, che pure se ne era già andato in pensione, gli sguardi persi dei suoi colleghi rimasti senza lavoro e difficilmente ricollocabili. 

Mi sono emozionata al negozio della Lanerossi, ed è stata una emozione pungente e dalle tante forme in contrasto tra loro.

La produzione si divide ora tra la Lombardia e l’estero, la testa dell’azienda è a Valdagno, sede della Marzotto, nella valle accanto a quella dove sono cresciuta. “Le pezze” di tessuto – come le chiamavamo in casa – adesso sono morbidissime, esteticamente stupende, incredibilmente contemporanee.

Quando vedo quella R non riesco a non pensare alla Storia, alle storie di lavoro che nella mia testa si intrecciano. Storie di avanguardia manageriale e di modelli avveniristici a metà Ottocento, ma anche storie di cattiva gestione, delocalizzazione, disinvestimenti: l’inizio di un lungo tramonto per una delle aree geografiche più industrializzate d’Italia, nei primi anni Duemila. Storie di passato e di futuro del lavoro, storie della mia città, della mia famiglia e delle persone a me più care. Storie di ascese e di declini, difficili da mandar giù.

Ma quando penso alla Lanerossi non posso neanche non associarvi ricordi di sonni felici. Come quelli di quando ero piccola, sotto alla coperta di mia nonna, nonostante pungesse da morire.

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