Un anno e mezzo fa avevo lanciato l’hashtag #futureofworkisnow. L’avevo fatto arrabbiata, dopo aver visto troppi provvedimenti del governo andare in una direzione che non teneva minimamente conto di quella che mi sembrava la naturale evoluzione del mondo del lavoro.

Ci ho scritto sopra tanti articoli e tanti post, persino un TEDx, dei pezzi di libro e delle interviste. E ho continuato a osservare e a studiare. È diventata una mia dolce ossessione, il futuro del lavoro.

Da un lato, in questi 18 mesi, non ho visto grandi cambiamenti da parte della politica e dei media mainstream, che hanno continuato e continuano a raccontare un futuro del lavoro in maniera a dir poco parziale, fatto solo di automazione e intelligenza artificiale, e disoccupazione correlata (e fra l’altro sappiamo già che non sarà così).

Dall’altro, coglievo continuamente segnali di insofferenza da parte di lavoratori e professionisti, alle prese con capi e organizzazioni incapaci (e/o totalmente non orientati) a prendere in considerazione la trasformazione in atto, e agire di conseguenza.

Poi arriva lui. Il Coronavirus. E come dice il mio direttore editoriale in FrancoAngeli, Alberto Maestri, la retorica sul futuro del lavoro va a farsi benedire.

La sua analisi, nella sua spietatezza, mi convince ancor più della necessità impellente di prenderlo in mano, ‘sto benedetto futuro del lavoro, e cominciare davvero a disegnarlo assieme.

Abbiamo una enorme opportunità davanti a noi. I fatti delle ultime settimane hanno dato un’accelerata impensabile a tutta una serie di processi che – comunque andrà a finire – cambieranno inesorabilmente il nostro modo di lavorare.

Lo Smart Working forzato di milioni di persone ci obbliga a sostituire il principio del controllo con quelli della fiducia, quello della coercizione con la responsabilizzazione ( o meglio ancora con l’accountability, il sentirsi direttamente investiti e titolati della responsabilità diretta di un risultato). Non è telelavoro, smettiamola di chiamarlo così. Le parole definiscono le situazioni.

Gestire un team da remoto costringe a mettere in pratica le famigerate soft skills per davvero, mica perché fa figo dirlo ai convegni. Senza empatia, ascolto, comunicazione non andremo da nessuna parte. Si sfilacceranno relazioni con manager, colleghi, clienti. E a nulla servirà avere la sola tecnologia.

Tecnologia, dicevamo. Improvvisamente, siamo stati costretti a maneggiare piattaforme di videoconferenze e di project management condiviso – ammesso che operassimo in quei comparti in cui questo fosse possibile, e non in fabbrica o in un negozio (ma su questo torneremo).

Anche qui, un gigantesco banco di prova non solo per le aziende ma pure per le tante persone che si trinceravano dietro a un “non sono capace”. Tante leadership (aziendali e istituzionali) hanno molte responsabilità nella mancata transizione: un’infinità di cose si potevano e dovevano implementare molto anni fa, come stigmatizza Osvaldo Danzi. Ma anche noi come singoli dobbiamo metterci del nostro.

Non lavoreremo più come prima.
Nostro malgrado (ma io dico anche per fortuna) siamo dentro a un incredibile laboratorio di futuro del lavoro, dobbiamo “solo” decidere come progettarlo assieme.

Certo, non tutti possono farlo (penso a negozianti, artigiani, operai), e credo anche che sarà durissimo il contraccolpo economico che deriverà da questa situazione, almeno per le informazioni a disposizione in questo specifico momento.

Ma ritengo che ciascuno di noi che è nelle condizioni di farlo possa iniziare a comprendere come vuole gestire questa nuova routine lavorativa, su quali principi desidera che sia fondata, che obiettivi vuole darsi e come raggiungerli, non dando per scontato che sia uno switch banale e facile per tutti – errore madornale in cui sono incappata anche io nei primissimi giorni di questa crisi.

Mai dare per scontate le esigenze più intime delle persone, mai sotto stimare che siamo animali sociali, che abbiamo bisogno di ascolto e talvolta di accudimento, persino in ambito lavorativo. Chi gestisce un team non sottovaluti che la performance di una persona passa in primis dalla sua motivazione – e che siamo dotati anche di una sfera emotiva che non dovremmo mettere dentro il cassetto, meno che mai in questo periodo.

Insomma, il futuro del lavoro è adesso e per una volta non passa da esoscheletri o da robot fantascientifici dell’industria 4.0, ma passa dalle persone. Costruiamolo assieme.

Un pensiero riguardo “Il futuro del lavoro è adesso, e passa dalle persone

  1. Il futuro del lavoro è adesso. L’emergenza ci ha posti davanti al più grande esperimento di change management pensato in tempi di pace. Semplicemente è successo.
    Ora sta a noi trasformare questo enorme laboratorio in una palestra per renderci tutti più forti e consapevoli, quando avverrà l’auspicato ritorno alla presunta normalità, di quello che vogliamo rimanga nel tempo. E trasformare veramente, questa volta in modo guidato e consapevole, il nostro modo di lavorare.
    Abbiamo la possibilità di trovare un nuovo equilibrio – per noi e, forse, per il bene dell’umanità.

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