Cosa succede quando (e non se) il tuo capo è un robot?

robot boss

In un post precedente ho spiegato perché secondo me non ha più senso parlare di futuro del lavoro.

Tra i motivi, avevo indicato l’impatto della tecnologia. Non immaginate scenari da fantascienza: mi sto riferendo alla pura attualità. In particolare, Automazione, Intelligenza Artificiale, Internet of Things, Wearable Technologies fanno già parte della nostra esperienza professionale, diretta o indiretta. Vediamo come.

Braccialetti elettronici & co: nuove forme di controllo o di efficienza?

La competitività è legata a doppio filo con l’innovazione, stiamo già vivendo il futuro del lavoro.  È da quasi un decennio che si discute e si fanno politiche legate alla cosiddetta Industry 4.0. La smart factory ha superato il modello della fabbrica otto-novecentesca. Più di recente, sono state introdotte wearable technologies (braccialetti contapassi, visori per la realtà virtuali) che dovrebbero contribuire a migliorare la sicurezza sul posto di lavoro e a favorire la cosiddetta augmented productivity. In Sirti, ad esempio, “c’è una pianificazione dinamica della produzione grazie alla geolocalizzazione dei dipendenti – ha dichiarato all’ultimo Forum delle Risorse Umane l’HR director: “Qui i Big Data e il Machine Learning vanno a braccetto con lo storytelling per poter abbracciare il cambiamento a tutti i livelli organizzativi”.

Quel che è ancora da stabilire è quanto esse possano violare la privacy del lavoratore e che impatto abbia questo ipercontrollo sul rapporto con l’azienda. Un esempio in questo video:

wearable video pic

Intelligenza artificiale: nuovi ruoli, nuovi organigrammi?

Ma al di là di questi scenari da 1984 (ma già attualissimi), pensate a qualcosa che già oggi vi riguarda da molto vicino. Immaginate voi stessi quando state per fare un acquisto on line. Se riscontrate un qualche problema, a venire in vostro soccorso non sarà tanto un operatore in carne e ossa, quanto un chatbot. Vale a dire, un software programmato per interagire con voi e aiutarvi a risolvere i problemi.
La domanda è: questo assistente virtuale – del tutto immateriale – può essere definito un collega all’interno del team del customer service? Si è limitato a sostituire alcuni task o anche delle competenze della persona che ha potenzialmente sostituito? Microsoft ha appena rilasciato delle linee guida per gestire le conversazioni online a carico dei bot, proprio perché consapevoli che sono essi stessi veicolo della reputazione aziendale.

Avere in organigramma posizioni ricoperte da macchine è già realtà in alcune aziende. Un esempio ormai classico sono le segretarie virtuali. Organizzare riunioni, verificare le disponibilità altrui, preparare l’agenda e i contenuti di massima delle presentazioni sono già task altamente automatizzabili. E quali sono le conseguenze? Se grazie all’utilizzo di un assistente digitale si possono risparmiare 10 minuti di lavoro al giorno per ciascun impiegato, che saving ci sarà per una multinazionale che ha migliaia di collaboratori? Lo ha già quantificato Gartner per Procter & Gamble: 5,7M di sterline al mese su 95.000 dipendenti. Del resto, lo potete calcolare voi stessi usando questa applicazione.

Ma al di là dell’efficientamento, le domande da porsi già oggi sono molto più profonde. Cosa succede quando il tuo collega è un robot? Guardian ha raccolto alcuni casi in cui il lavoro del management è stato automatizzato. Cosa succederà quindi (fra non molto), quando un robot sarà il tuo capo? Per non parlare, come vedremo tra poco, di quando il tuo stesso lavoro è a rischio automazione.

robot cartoon

(Vintage Dilbert March 25, 2013)

Automazione e scomparsa del lavoro

È vero che scomparirà il 3/40/80% (a seconda della fonte) delle professioni così come le conosciamo oggi? Quello che credo, almeno per il breve periodo, è che l’AI non rimpiazzerà le persone, semmai le loro attività. Di sicuro, le persone che sapranno lavorare con l’AI sostituiranno quelle che non ci riescono. Per questo, è essenziale ragionare sin da subito sui valori e sull’etica che è alla base di queste implementazioni.

Limitandoci alle questioni più squisitamente gestionali, mi sembra interessare rilevare che l’automazione porta con sé un paradosso: ci si sbarazza dei task semplici che possono essere fatti da una macchina, e all’uomo rimane il lavoro più complesso, e a volte anche il più duro. Succede così che quello che rimane da fare alle persone siano le attività, per così dire, a più alta “densità umana”. Come si calcolerà allora la produttività? Come evolveranno gli schemi di compensation? Sarà cruciale saper gestire il cambiamento, disegnare organigrammi del tutto inediti, capire come far convivere e fruttare Intelligenza Artificiale ed Emotiva, elaborare nuove versioni di performance management. Come suggerisce Harvard Business Review, chi vuole continuare ad avere rilevanza professionale farà meglio a focalizzarsi su quelle competenze che l’AI fatica a replicare: capire, motivare e interagire con altri esseri umani.

C’è poi da chiedersi se davvero l’Intelligenza Artificiale equivalga soltanto a risparmio di tempo? Tutto qui? Se così fosse, come minimo occorre tenere conto degli impatti del cosiddetto lavoro ombra. Ovvero, di tutto quello che resta in capo a noi dopo che l’aspetto più transazionale e meccanico è passato, per l’appunto, alle macchine.

Quello che mi sembra fuori di dubbio è che la tecnologia stia già provocando grossi sconvolgimenti nel nostro modo di lavorare. Averne consapevolezza che il futuro del lavoro è già qui significa anche iniziare a farsi delle domande sulle questioni più profonde. E provare a darsi delle risposte.

#FutureOfWorkIsNow

(La copertina di questo post riprende una vignetta di Tech Crunch del maggio 2016).

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