
Domani sono 10 anni che è morto Umberto Eco. Nel suo testamento aveva espressamente richiesto che per un decennio non si parlasse di lui, che non venissero organizzati convegni in sua memoria, che non ci si avventasse sulla sua figura ma si lasciasse sedimentare il suo lascito umano e intellettuale.
Sono molto legata a Umberto Eco. Ha fondato il corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, che non solo mi ha offerto le categorie per interpretare il contemporaneo, ma mi ha fatto conoscere mio marito e i miei migliori amici.
Il giorno in cui si apriva il mio primo anno accademico venne a farci una lezione che è ancora stampata nella mia testa. Ci disse tre cose importanti, che hanno forgiato il mio modo di ragionare successivo.
La prima è che avremmo imparato molto dai professori, ma ancora di più da assistenti e testimonianze esterne, e ancor più dal confronto con i nostri compagni, dentro le aule universitarie ma anche nelle osterie bolognesi. Non era certo falsa modestia la sua, ma la convinzione che la conoscenza fosse un processo condiviso e socialmente costruito, dialogico e non trasferito unicamente dall’alto. Che la relazione era essa stessa una forma di creazione di significato.
La seconda era una previsione sui mestieri del futuro e in particolare su cosa ci saremmo potuti aspettare come candidati scienziati della comunicazione, nel 1997. La metafora che usò fu più o meno questa. “Se vi si romperà una tubatura in casa, di certo non saprete aggiustarla ma saprete trovare il numero dell’idraulico”. Per dire che nei cinque anni a venire avremmo imparato a farci le domande giuste, a sviluppare senso critico, a trovare le informazioni e farne buon uso. Se faccio il lavoro che faccio è perché grazie a quel corso io riesco a leggere le aziende e le dinamiche HR come fossero testi. Ne colgo le strutture soggiacenti, i significati, i rituali. Quello che ho studiato in semiotica, sociologia e le diverse discipline della comunicazione mi ha permesso di vedere attraverso i fenomeni e i processi e provare a coglierne, e trasmettere, il significato profondo. Per lui i lavori del futuro avrebbero tutti avuto a che fare con la ricerca del senso attraverso le giuste domande, partendo dalla lettura del testo e del contesto.
Un’ultima cosa che ci disse mi rimane particolarmente cara. Ci invitò a non stare solo fra di noi (eravamo un corso a numero chiuso, un centinaio di selezionati da tutta Italia). Uscite, andate fuori da qui, frequentate le osterie appunto, e non sposatevi fra di voi (più precisamente: “non siate endogami”, a cui seguì qualche secondo di silenzio nella folla, intenta a ricostruire la parola). In questo non lo ascoltammo. Sono nate moltissime coppie da quel quinquennio e tantissimi bambini, compreso il mio.
Questo è il mio ricordo di quel giorno con Umberto Eco, e la cosa bella è che diverge da quello dei miei compagni di allora ancora amici oggi. E qui sta il suo ulteriore insegnamento: tenere sempre conto dell’interpretazione e della libertà del testo, del suo autore e dei suoi destinatari di evolvere nel tempo.
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