C’è voluto un viaggio in treno, molto lungo e con molta poca connessione, per farmi finire un libro che avevo sul cassetto da un paio di mesi ma a cui non riuscivo a dedicare la giusta concentrazione.
Ed è stato così che su un vecchio Intercity tra le gallerie liguri Vittorio Lingiardi, con il suo Corpo, umano (Einaudi) mi ha sequestrata. Impossibile per me resistere all’incantesimo delle sue descrizioni anatomiche, alla malia dei suoi riferimenti artistici, letterari o cinematografica, alla sua prosa lussureggiante e al tempo steso puntuale.
Un organo alla volta, mi ha condotto nel corpo umano, me lo ha fatto sentire (con le orecchie, la bocca, la pelle, lo stomaco) e lo ha reso vivo raccontandolo. Scienza, psicoanalisi e creatività si sono fusi senza sforzo nella sua scrittura nel rendere conto della “finezza e fragilità” del corpo umano.
Sferzante come un pamphlet, avvincente come un romanzo, barocco come una chiesa, preciso come una operazione chirurgica, è un testo che mi ha rapita.
Forse perché anche Lingiardi parla di confini:
Viviamo un’epoca complicata, con corpi contesi tra ideologia e tecnologia. Definire cosa è un corpo, quali sono i suoi confini fisici e teorici è sempre piú difficile. A maggior ragione, dunque, il corpo, anzi i corpi, vanno ascoltati e interrogati.

Roland Barthes
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