Si può non amare il proprio lavoro fino a permettergli di trasformarci, senza neanche averne la consapevolezza, in qualcosa di mostruoso?

Lo ipotizza la scrittrice giapponese Oyamada, che a uno dei personaggi della sua ultima opera fa dire:

“Il lavoro era qualcosa di molto più strano e complesso, difficile da comprendere nella sua interezza. E il concetto stesso di combattere e soffrire per ottenere un buon impiego non apparteneva al mio mondo, ma solo a quello degli altri, era completamente al di fuori di me”

“La fabbrica” di Hiroko Oyamada (editore Neri Pozza) è il più bel libro di narrativa sul lavoro che ho letto negli ultimi tempi.

Racconta la storia di tre personaggi apparentemente scollegati che si trovano a lavorare nella Grande Fabbrica della città, sogno assoluto per molti dei loro concittadini e coetanei, ma evidentemente non per loro:

“Bisognava ritenersi fortunati ad avere un impiegò, anche se non era niente di speciale. Ero riconoscente per avere avuto una chance, per il fatto di essere in grado di mettere qualche soldo in tasca. Come avrei potuto non esserlo? Ma… la verità era che in fondo non mi andava di lavorare. Perché bisognava lavorare? La vita non aveva granché a che fare con il lavoro, e il lavoro non aveva un significato rilevante nella vita. All’inizio pensavo che fossero collegati, che esistesse un nesso, ma a poco a poco avevo capito che non era così, ormai ne ero più che certa. Il lavoro non poteva essere lo scopo della vita!”

“Del resto non ero l’unica, chissà quante persone la pensavano come me e lavoravano senza troppo entusiasmo, in modo passivo e giusto per tirare avanti”

“Più cercavo di riflettere e più non capivo. Tutto mi sembrava così… disconnesso. Io e il mio lavoro, io e la fabbrica, io e la società”

Ho copiato tutte queste sottolineature (come dal nome di questa nuova rubrica) perché credo che “La fabbrica”, con il suo stile secco e impietoso, faccia riflettere proprio su quella che a mio avviso è una delle più grandi sfide per chi si occupa di persone.

Ovvero, far percepire un nesso (o quantomeno, non uno iato) tra quanto si spende e si investe ogni giorno in energie riversate nel proprio lavoro e quel che è lo scopo più alto di un’azienda, che va ben oltre il fatturare. In altre parole, il suo purpose.

L’employee value proposition (che vuol dire proposizione di valore per i propri dipendenti e collaboratori), ci ricorda l’agenzia di PR Edelman nel suo report appena uscito, è un fattore critico non solo di successo economico ma anche reputazionale e (qui viene il bello) valoriale.

Lavorare su coerenza di purpose e EVP sarà fondamentale, non solo negli statement, ma soprattutto nei comportamenti e negli stili di leadership esercitati ogni giorno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...