Negli ultimi mesi ho scritto e letto poco, molto poco rispetto al mio consueto. Me ne sono accorta io per prima. Poi hanno iniziato a farmelo notare i lettori più affezionati: ” Dove sei finita?”. “Hai smesso di scrivere?”.

La risposta breve è: no, non ho smesso. La risposta lunga è che ci sono periodi in cui la vita occupa tutto lo spazio disponibile. Negli ultimi mesi una parte importante del mio tempo, delle mie energie e dei miei pensieri è andata al caregiving. Non sono certo l’unica. Anzi. Qualche settimana fa ho letto un articolo che mi ha colpita profondamente: “La classe dei caregiver va in paradiso ma non in vacanza“, pubblicato da thePeriod e scritto da Madonna Freeeda e dalla redazione della testata diretta da Corinna De Cesare.
L’articolo racconta una realtà enorme e spesso invisibile: quella di milioni di persone che si prendono cura di un familiare anziano, malato o non autosufficiente (senza contare chi si occupa già “normalmente” di bambini). Persone che, mentre il resto del mondo parla di vacanze, partenze e tempo libero, devono organizzare visite mediche, gestire farmaci, coprire assenze di badanti, affrontare emergenze improvvise e convivere con una fatica che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Come scrivono le autrici, chi è costretto a casa finisce spesso per vivere il proprio affanno “come un fardello addossato dal destino, e non come l’ingiustizia sociale che è davvero”. Quella frase mi è rimasta addosso. Perché negli ultimi mesi, pur avendo avuto il privilegio di poter andare in vacanza e di prendere del tempo per me, ho capito una cosa che sapevo già in teoria ma che non avevo mai sperimentato fino in fondo: l’assistenza non è soltanto un problema organizzativo. È una tassa invisibile sul tempo, sulla concentrazione e perfino sulla capacità di immaginare il futuro.
Quando arrivi a sera dopo una giornata di lavoro, telefonate, visite, appuntamenti, decisioni da prendere e preoccupazioni da gestire, rimangono poche energie per leggere o scrivere. E entrambe le attività, almeno per me, richiedono sì tempo ma soprattutto spazio ed energia mentale ed emotiva. Ve lo racconto perché una delle cose che ho imparato occupandomi di persone e lavoro è che le esperienze private diventano interessanti quando smettiamo di considerarle soltanto private.
In Italia milioni di persone vivono situazioni simili. Molte lavorano. Molte hanno figli. Molte stanno cercando di tenere insieme responsabilità professionali e familiari senza strumenti adeguati, senza supporti sufficienti e spesso senza poter parlare apertamente della fatica che provano. Per anni ho scritto di futuro del lavoro, di trasformazioni sociali, di organizzazioni più umane. La cura attraversa tutte queste conversazioni – non a caso ho chiesto a Riccarda Zezza di scrivere un volume ad essa dedicata nella mia collana “Voci del Lavoro Nuovo”. Come scrive lei, chi si prende cura di qualcuno sviluppa competenze che raramente finiscono in un curriculum: gestione dell’incertezza, resilienza, capacità di priorità, negoziazione, organizzazione, empatia. Eppure paga un prezzo altissimo, spesso invisibile.
Negli ultimi mesi ho letto e scritto meno, ma ho osservato molto. E, come spesso accade, le cose che sto imparando adesso finiranno inevitabilmente nelle pagine che scriverò domani, nel lavoro quotidiano, negli eventi che farò.
Ecco dove sono finita, grazie a chi me l’ha chiesto.
Rispondi