
Diciamocelo: essere mentally out of office a fine luglio è fisiologico.
Non si tratta di un segnale di disimpegno, ma di saturazione. Il punto non è negarlo, bensì capire che cosa intendiamo davvero per presenza.
Per troppo tempo abbiamo misurato la presenza in termini di reperibilità, visibilità, risposta immediata.
Eppure la presenza che conta, quella che produce senso, decisioni migliori, lavoro più sostenibile, è un’altra cosa: è qualitativa, spesso intermittente, sicuramente intenzionale.
Se sappiamo che in certi momenti dell’anno l’energia cognitiva cala, allora la domanda non è come “pretendere di più”, ma come sollecitare e leggere la presenza in modo diverso.
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