
L’altra sera sono stata invitata a un evento di Divergens dove c’erano soprattutto creator e influencer, chiamati a raccolta da Giulio Xhaet e Mattia Marangon. L’occasione è presentare i loro due ultimi libri, dedicati rispettivamente alla curiosità e al fatto che ci sentiamo sommersi dalla tecnologia. Non si tratta però di una presentazione “seduta”, ma una serie di challenge al pubblico sulle varie tematiche toccate nei due volumi.
Si è quindi presto trasformata in un dialogo a tantissime voci su come percepiamo AI e social media, Internet classico e strumenti di lavoro tech, e se questi sollecitino o meno la nostra apertura verso il mondo.
Quasi tutto il pubblico, tranne alcune eccezioni compresa me, vede nella presenza online la propria principale fonte di reddito. Ci lavora, monetizza mettendoci letteralmente la faccia attraverso stories sponsorizzate o con podcast a tema.
Tre le cose che più mi hanno colpito nel dibattito che si è venuto a creare.
La prima, ovvia ma palpabile, è che pur con professionalità molto omogenee l’approccio delle differenti generazioni presenti era diversissimo. Non mi era mai capitato di vedere con tanta chiarezza la differenza fra chi era nato o meno con uno smartphone in mano. Tangibile soprattutto nella ricerca di un feedback e di una conferma della propria identità.
La seconda, più sorprendente, è una strisciante avversione verso i social, l’always ON, la fear of missing out. Che se fosse stata una presentazione di libri normale, con una platea normale, ci poteva anche stare. Ma in quella sala c’erano persone che coltivano network da centinaia di migliaia (e in alcuni casi milioni) di followers. Eppure, per una certa parte, ho avvertito lo sfinimento dello stare online, la voglia e in alcuni casi la decisione compiuta di disattivare le notifiche, di riposare il cervello offline. Non in tutti, chiaro. Anche perché se ci campi (per tuo brand personale o perché gestisci una agenzia digital) smettere di fare content significa smettere di pagare il mutuo.
Ma per molti, e qui veniamo al terzo punto, stare lontani dalle piattaforme vuol dire anche affrontare la paura di essere dimenticati o di perdere la frequenza necessaria perché l’algoritmo continui a premiare i tuoi post. O ancora, perdere l’allenamento a scrivere e vedere le reazioni della tua follower base.
Contravvenendo a tutte le regole del click baiting e della comunicazione, lascio per ultima l’affermazione che mi ha colpita di più. Suonava più o meno così: “Pubblico anche quando non ho voglia per lo stesso motivo per cui vado in palestra anche se non mi va. Lo faccio perché so che mi fa bene, che devo farlo, che sennò perdo i risultati degli allenamenti precedenti”. A cui ha fatto eco una serie di altri commenti rispetto alla bontà del pubblicare “per provare”, “anche se non ho nulla da dire in quel momento”, “perché so che devo sempre migliorare”.
Ascoltavo queste parole mentre nel frattempo controllavo whatsapp per capire se la baby sitter poteva fermarsi a casa ancora un po’ (a proposito di FOMO di altro genere). Desideravo restare il più possibile perché i racconti si stavano facendo davvero molto interessanti ed erano uno specchio di chi siamo, vecchi e giovani, con strani incroci generazionali, un diffuso amore per il digitale che però un po’ tradisce le aspettative e costringe a fare cose controvoglia.
Questa newsletter, pensata per essere quindicinale, esce oggi con 6 settimane di ritardo. Vuol dire che ho saltato tre numeri. Con un po’ di ansiella ogni volta, certo. Ma anche col grande privilegio di dire, forse anche come GEN X: potrei, ma non posto.
Grazie per avermi letta fin qui, se vorrai dirmi la tua opinione mi farà molto piacere.
Buon mercoledì!
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