3 cattive notizie sul lavoro del futuro. O forse no.

Festival Biblico, Rovigo, 14 maggio 2022

È da sabato scorso che ci penso. “Faticoso. Da rincorrere. Non per tutti.” Queste sono state le tre definizioni che il professor Paolo Gubitta ha usato per parlare del lavoro del futuro. E ha ragione, io credo, almeno dalle spiegazioni che io stessa ho provato ad abbinare a quelle parole chiave.

Faticoso, perché è un lavoro molto diverso da quello che abbiamo conosciuto per decenni, ovvero piuttosto ben definito (addirittura in mansionari), stabile, sufficientemente garantito a livello di diritti.

Da rincorrere, per un disallineamento tra aspettative e realtà (oltre che tra proiezioni familiari e scolastiche), per una concorrenza che ha tante dimensioni mai viste prima, per dei percorsi di carriera sempre più a ostacoli.

Non per tutti, perché molto selettivo, premiante l’eccezionalità, poco inclusivo.

Sono 3 cattive notizie rispetto al lavoro del futuro? Non necessariamente, a patto che si crei consapevolezza che queste sfide esistono, e vanno gestite prima che ci facciano soccombere.

Non sono cattive notizie se

  1. ci aiutano ad aiutare i giovani a orientarsi e chi lavora già a reinventarsi
  2. lle diverse parti in causa (scuole, università, aziende, territori, sindacati) non guardano pregiudizialmente le une alle altre, ma lavorano in sinergia
  3. se la smettiamo di parlare di lavoro in maniera approssimativa e per sentito dire. Se siamo disponibili a studiare tanto e a comprenderne le complessità, possiamo duventare pionieri del lavoro del futuro

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