Antefatto: se c’è una persona che mi ha fatto scoccare la scintilla per il futuro del lavoro, quella è Lynda Gratton, economista illustre e docente alla London Business School.  Nel 2012, lessi il suo libro “Il salto”, un vero concentrato di profezie su quello che sarebbe accaduto negli anni a venire. Se possibile, le sue riflessioni risultano oggi ancora più interessanti, specie alla luce di quanto è successo negli ultimi mesi.

L’ho ascoltata qualche settimana fa in occasione di Wobi Milano, dove ha raccontato di come negli ultimi 100 anni l’aspettativa di vita è aumentata al ritmo di 2/3 anni per decade. E del fatto che entro il 2050 ci saranno più over 60 che giovani tra i 10 e i 24 anni. Mezzo miliardo di anziani nella sola Cina. Si vive più a lungo, e aumentano anche gli anni in cui si gode di buona salute.

Balenano le domande. Dovremmo passarli tutti a lavorare? E con lo stesso ritmo che ha contraddistinto le carriere fino ad ora? E con che spirito? Quale significato finale vogliamo attribuire al contributo che diamo attraverso il nostro lavoro? E perché ha senso chiederselo particolarmente adesso?

Gratton suggerisce una diversa prospettiva, che è quella di guardare al lavoro con la lente della vita.

In primo luogo, afferma, occorre una nuova narrativa della propria esistenza. Non più basata sul “cosa farai da grande”, su una rigida divisione scuola/lavoro/pensione, ma che tenga in considerazioni tante possibili identità, anche contemporanee. Aprirsi ai molti sé potenziali significa anche attribuire un valore diverso al lavoro a seconda della fase in cui ci si trova. Sarà sempre più utile avere una prospettiva di più lungo periodo e osservare il proprio percorso dinamicamente a volo d’uccello – e non sempre, staticamente, dall’alto di un successo professionale.

In seconda battuta, dobbiamo essere pronti ad affrontare un percorso molto più accidentato che comprende interruzioni di carriera, lavori alternativi, ritorno allo studio, break. Il classico modello scalare a tre blocchi consecutivi studio/lavoro/pensione non esisterà più, sostituito da un modello a più livelli dove si alternano momenti di apprendimento, mestieri diversi, pause (volontarie o meno). Occorre pertanto predisporsi all’esplorazione, a imparare e trasformarsi. Il vero differenziale sarà rappresentato dalle human skills (sociali, emotive, di processo), che ci permettono di rapportarci agli altri, di dedicarci all’apprendimento e all’ascolto attivo, di fare leva sul pensiero critico.

Connettersi, creare relazioni profonde è il terzo suggerimento di Gratton. Che sia all’interno delle famiglie, dove ci sposa più tardi, si hanno meno bambini, entrambi i genitori lavorano. Che sia infra generazionale, andando oltre le etichette. O che sia a livello di comunità, sempre più trasversali e non più solo necessariamente territoriali.

Dopo che le video call hanno invaso le nostre cucine, che il vociare dei bambini ha sostituito quello degli open space, che è sempre più complicato riporre il cellulare la sera, guardare al lavoro con la lente della vita è il consiglio più intellettualmente onesto che mi sento di dare anche io. Una buona integrazione tra vita privata e vita professionale, più che un loro, a mio avviso impossibile, bilanciamento, è quello che auguro a tutti noi. Buon 2021!

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