La scorsa settimana, all’evento organizzato da Enrico Pedretti e Manageritalia sul Personal Branding, ci siamo congedati dicendo che forse la sola foto di noi sul palco o quella del badge relatori ha poco valore per chi ci legge, sui social network o sul blog aziendale o personale.

Questo a meno che chi ci legge:
– ci voglia molto molto bene, e che sia sinceramente interessato alle nostre cose e non sia stufo del nostro ennesimo momento di egocentrismo
– voglia entrare nelle nostre grazie, magari perché siamo il suo capo, ed ecco che il “like” diventa subito “lick” (non serve che traduca, vero?) – ma questo squalifica subito il tutto.

Si tratta di una riflessione che sto portando avanti da un bel po’ di tempo, e ammetto che capita anche a me di predicare bene e razzolare male. Nelle ultime tre settimane, complici la mia uscita da Adecco Group dopo 10 anni, il mio ingresso in EY, la contemporanea uscita del mio ultimo libro per Franco Angeli, sono riuscita a parlare poco degli eventi a cui ho partecipato, per banale assenza di tempo.

Però, siccome ho davvero avuto la fortuna di prendere parte a dei panel veramente interessanti,  e visto che c’è più valore nella condivisione che nel parlarsi addosso, vorrei riassumere qui gli 8 messaggi principali che ho avuto modo di ascoltare o di diffondere a mia volta (grazie soprattutto al lavoro di sintesi fatto da altri). 

Dalla conferenza stampa di lancio in Italia di Glassdoor mi sono portata a casa 1) una riflessione più generale sulla leadership HR: ragionando di porte aperte e porte chiuse in azienda, c’è stato chi mi ha fatto giustamente notare che le porte si possono anche non mettere.Dall’evento “Selezione Gravità zero” ho imparato tantissime cose. Da Stefania Suzzi che 2) la responsabilità di un colloquio andato male non è quasi mai del solo candidato: “Essere certi di aver ascoltato, essersi interessati e aver partecipato anche con fatica, è prerequisito  per poter affermare che un colloquio non ha funzionato perché il candidato non era idoneo”. Da Alberto Aleo e Alice Alessandri che 3) cosa significa essere in amore col proprio lavoro: Più ci sentiamo rappresentati da ciò che facciamo, da come lo facciamo e dal perché lo facciamo, più chi ci sta attorno – clienti, collaboratori, partner società e  ambiente –, comprenderà e apprezzerà il nostro contributo. Siamo in amore con il nostro business quando smettiamo di avere paura dei competitor, di controllare cosa succede intorno a noi e percorriamo la nostra strada come una missione, certi del contributo unico e irripetibile che sapremo dare al mercato. Siamo in amore con il nostro  business quando non raccontiamo soltanto una storia affascinante ma la viviamo e la facciamo vivere ogni giorno con coerenza”. (Tra l’altro hanno scritto un libro bellissimo, che vi consiglio vivamente, e che si chiama Business In Love, edito da Franco Angeli). Da David Bevilacqua 4) una delle contraddizioni classiche dell’employer branding: “Cerchiamo i ragazzi più promettenti e ad alto potenziale, li assumiamo e investiamo per formarli; non possiamo poi pensare di inserirli in contesti culturali e processi aziendali che non permettono di inserirli, ingaggiarli  e valorizzarli al massimo delle loro potenzialità”. Io da parte mia ho portato sul palco una delle mie fissazioni recenti: 5) puntare sulla valorizzazione delle persone non solo non le fa scappare dalle imprese ma permette di ottenere risultati di business oggettivi.

Silvia Zanella

L’incontro di Manageritalia è già stato riassunto da loro in 10 punti, 7) un vero e proprio vademecum sul Personal Branding. Io ex post posso solo aggiungere che ci siamo proprio divertiti.

 

Dal “Futuro che non ti aspetti” di Confindustria Canavese che non c’è impresa senza responsabilità, sostenibilità ed etica – e che a fronte delle megacity mondiali c’è un super territorio che va da Cuneo a Venezia e che vede in Milano il suo centro.

 

tavola rotonda 1.jpg

L’ultimo evento in ordine di tempo, con Indeed e Comunicazione Italiana, è stato ben riassunto da Sara Mazzocchi: che in un post su LinkedIn ha ricordato come 8) la selezione  serva a “trovare la persona che calza alla perfezione la scarpetta di cristallo”. Perché la scelta del candidato giusto assomiglia molto all’innamoramento. Serve l’attrazione come base di partenza ma anche condivisione valoriale e progettualità, altrimenti sarà solo una “cotta” che dura il tempo di un’assunzione.

 

 

 

 

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