Se le nostre aziende fossero città, che città sarebbero?

Se le nostre aziende fossero città, che città sarebbero?

Luoghi in cui si passa o luoghi in cui si resta?

Spazi da attraversare o da abitare?

La risposta me l’ha data un weekend a Billund, Danimarca.

Un piccolo punto sulla mappa, circondato da verde, silenzio e aria gelida.

Se non sapessi cosa ospita, potresti attraversare questo mucchietto di case basse senza fermarti. E invece qui tutto parla di LEGO.

Non in modo invadente, non come un parco a tema permanente, ma in maniera radicata rispetto al contesto in cui è nato, in una casa di un giocattolaio, un secolo fa.

Da anni mi occupo di employer branding e sono sempre più convinta di una cosa: non è (solo) quello che dici a rendere credibile un employer brand, ma quello che sei quando nessuno sta comunicando.

Quella che nelle business school si definirebbe come company town è proprio questo: un luogo in cui il confine tra azienda, territorio e comunità è sfumato.

Puoi copiare un career site. Puoi copiare un tone of voice. Puoi persino copiare una EVP ben scritta – anche perché, diciamocelo, sono scritte tutte uguali e l’Ai fa il suo lavoro.

Ma non puoi copiare una cultura che si radica in una città, Billund appunto, dove questo si traduce anche in numeri molto concreti. Con poco più di 7.300 abitanti, ospita il quartier generale LEGO e un ecosistema che impiega migliaia di persone tra stabilimenti produttivi, uffici, design, digitale e funzioni corporate.

Solo a Billund il gruppo concentra campus, siti industriali e attrazioni, mentre il nuovo Innovation Campus riunirà circa 1.700 dipendenti entro il 2027.

LEGO è il principale motore occupazionale e fiscale del territorio: genera base imponibile, attrazione di talenti internazionali, investimenti infrastrutturali e un indotto fatto di scuola internazionale, servizi pubblici, turismo e mobilità. In una città di queste dimensioni, il confine tra azienda e sistema urbano semplicemente non esiste.

***

Certo, se hai un love brand come LEGO tutto sembra più facile. Ma non dimentichiamoci che era sull’orlo del fallimento neppure venti anni fa. Poi ci sono state idee imprenditoriali, investimenti a supporto e una comunità intera a riferimento.

E allora, al di là del tema della company town, dovremmo tornare a chiedere quali posti di lavoro vogliamo costruire per le persone.

Forse la risposta alla domanda del titolo sta proprio lì, nella metafora dei mattoncini: costruire ambienti in cui le persone possano immaginarsi, prima ancora che candidarsi.

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